Sinopse
Una carrozza trainata da quattro cavalli sazi entra nel monastero maschile N...skij. Ne scende la principessa Vera Gavrilovna, trentenne, bella, vestita di nero, che tutti credono un angelo. Sorride, si commuove, bacia la mano dell’archimandrita, parla di riposare l’anima. Ma sotto questa superficie di grazia e devozione si nasconde un vuoto interiore, un falso Sé costruito per mascherare l’assenza di empatia, l’avidità, il narcisismo. Ad attenderla c’è il dottor Mihail Ivànovič, un uomo rozzo e diretto, che le rinfaccia la sua vita: la beneficenza come commedia, l’ospizio per vecchie come prigione, le scuole come fallimento, i servi trattati come oggetti. La principessa piange, si sente offesa, ma il giorno dopo è di nuovo lì, a sorridere, a svolazzare come un uccellino, a chiedersi: «Come sono fortunata!».
Scritto nel 1886, Principessa è una delle più feroci e lucide critiche di Čechov alla falsa carità e all’ipocrisia sociale. Con una maestria psicologica straordinaria, l’autore mette in scena il dialogo tra vero e falso Sé, tra la realtà e la messinscena, tra la sofferenza autentica e la recita del dolore. La postfazione di Bruno Osimo, traduttore e studioso, analizza il racconto attraverso il concetto winnicottiano di falso Sé, la personalità “as-if” di Helene Deutsch e la semiotica della cultura, svelando i meccanismi profondi di un personaggio che anticipa tante figure contemporanee.
Questa edizione filologica, basata sulla norma ISO/R 9:1995 per la traslitterazione dei caratteri cirillici, offre una traduzione accurata e un apparato critico che guida il lettore nella comprensione del testo e del suo contesto. Un libro per chi ama la grande letteratura russa, per chi studia psicologia e psicoanalisi, per chi è interessato alla traduzione e alla critica letteraria, e per chiunque voglia riflettere su quanto la generosità possa diventare una gabbia dorata.
Anton Čechov (1860-1904) è uno dei più grandi scrittori russi, maestro del racconto breve e del teatro. Tra le sue opere più note ricordiamo Il gabbiano, Zio Vanja, Tre sorelle e Il giardino dei ciliegi. In questa collana, Bruno Osimo cura e traduce le sue opere con rigore filologico, offrendo nuove versioni e letture critiche.
Con la sua prosa essenziale e tagliente, Čechov ci consegna un ritratto indimenticabile di una donna che non riesce a vedere gli altri come persone, ma solo come strumenti del proprio bisogno di apparire buona. Principessa è un piccolo capolavoro che continua a parlarci con inquietante attualità.
Temi: letteratura russa, psicologia, psicoanalisi, falso Sé, beneficenza, ipocrisia sociale, traduzione letteraria, filologia, Čechov.
Pubblico: lettori di narrativa classica e russa, studenti di psicologia e letteratura, studiosi di traduzione, appassionati di Čechov.
Collana: Opere di Čechov – edizioni filologiche a cura di Bruno Osimo.
Questa traduzione è stata realizzata con le allieve del corso di traduzione artistica russo-italiano presso la Civica Scuola Interpreti Traduttori di Milano nell'anno accademico 2013-2014.
Ecco un brano tratto dalla postfazione (contiene spoiler):
«Il dizionario di psicoanalisi ci dà questa definizione tecnica del Falso Sé che, in termini artistici, Čehov ci dà nel racconto. Non a caso il protagonista è un medico, ed è lui a tracciare a grandi linee la case history. La protagonista, come è tipico di questo profilo patologico, deve continuamente tacitare la propria coscienza. In questo è rivelatoria la metafora dell'uccellino:
«E sentendo che ognuno d’istinto lo pensava, sorrideva ancora più affabile e tentava di somigliare all’uccellino».
La self-consciousness che non manca alle persone affette da questa sindrome si manifesta esplicitamente anche in questo altro passo:
«Nel tentativo di sembrare un uccellino, la principessa svolazzò nell’equipaggio annuendo da tutte le parti».
Nei pazienti affetti da falso Sé, ci si crea un'immagine a cui si aspira a identificarsi, e si riesce a vivere come normale la continua alternanza tra la rotaia della realtà e la rotaia della forzata coincidenza con l'uccellino o altre metafore: la personalità diventa un binario.
Un'altra dicotomia del binario è quella tra sazietà e fame, tra avidità e miseria. Mentre la servitù fa la fame, la principessa mangia a scrocco in monastero tutte le sue prelibatezze preferite, costringendo i monaci ad acquistare e a preparare cibi tutt'altri che monastici. Sull'altro versante, i cuochi costretti a lavorare in condizioni disumane diventano ciechi e vanno a chiedere la carità. A coronare queste dicotomie c'è quella tra fortuna e sfortuna, che costella l'intero racconto ed è emblematica del falso Sé: il falso Sé è sfortunato:
«Mi fa paura guardarmi indietro: quanti cambiamenti, sfortune varie, quanti errori».
Ma il vero Sé (nel dialogo autocomunicativo) è fortunato, come nella frase conclusiva:
«Come sono fortunata!»
Tutta intenta in questo dialogo interno tra falso Sé e vero Sé, un dialogo vero e proprio che in certi passi si esplicita con vere battute di discorso diretto:
«Cos'altro potrei dirgli?» pensò la principessa.
la principessa è totalmente incapace di empatia, cosa che le permette di vivere benissimo sotto la copertura del destino sfortunato. Nel suo narcisismo ottuso si preoccupa unicamente che le sue penne siano lucide e colorate, facendo a gara con l'uccellino».